Durante la messa, appena prima il rito della comunione, il sacerdote procede a un atto spesso sconosciuto dai credenti che partecipano alla celebrazione: quello di lavarsi le dita con l'acqua contenuta in un ampolla o in un bicchiere. Quest'atto, in cui oltre alle dita si pulisce anche il calice contenente il vino rituale, è una forma di purificazione religiosa, un rito che fa parte della più ampia famiglia di rituali noti col nome di abluzioni.
Abluzioni rituali: cosa sono
Le abluzioni sono previste da diverse religioni e in diverse forme. Solo nella Chiesa Cattolica, in precedenza e durante la messa, se ne contano tre: prima della liturgia, al momento delle offerte e subito prima di mangiare e offrire l'ostia benedetta per l'atto della comunione. Come detto in precedenza, questi rituali di purificazione corporale possono essere svolti in diverse modalità, tant'è che anche la lavanda dei piedi o il battesimo nella fonte d'acqua possono essere ritenute abluzioni - tutti rituali risalenti a specifici e noti episodi biblici.
Il termine abluzione trae le sue radici nel latino ablutio (più il suffisso -onis), a sua volta derivato dal verbo abluĕre, col significato di lavare. L'abluzione è difatti un lavaggio, una purificazione del corpo (o una parte di esso), non a livello prettamente igienico ma piuttosto simbolico e quindi spirituale. Tanto è vero che, nella dottrina Cattolica, questo rituale prevede l'utilizzo dell'acqua santa: un'acqua pura e che perciò purifica corpo e spirito, in modo da renderlo più degno della misericordia divina.
Ma la parola abluzione può anche non riferirsi alla sola lavanda del corpo umano. Questa infatti può prevedere la purificazione di oggetti utilizzati nei rituali religiosi; ne è un esempio il lavaggio del calice da vino da parte del prete.
Perché il sacerdote si lava le mani?
Lavarsi le mani è per il parroco un gesto di alto significato spirituale, tanto da essere obbligatorio durante ogni messa secondo l’Ordinamento Generale del Messale Romano, per il quale: il sacerdote si lava le mani a lato dell’altare; con questo rito si esprime il desiderio di purificazione interiore (OGMR, 76). L'importanza di questa forma di abluzione è sottolineata dal sacerdote con una preghiera, che pronuncia in silenzio mentre il ministrante versa l'acqua. Questo gesto è così cruciale perché rappresenta una purificazione rinnovata da parte del prete. Questi si lava soltanto la punta delle dita, così da rendere quella parte di mano pura e degna di toccare l'ostia benedetta. Quello della purificazione è un concetto caro a moltissime religioni.
Se nella religione cristiana è preponderante l'utilizzo di acqua santa, in momenti chiave della vita religiosa dei credenti, nell'Islam le abluzioni sono previste prima di partecipare ai rituali di preghiera. In questa religione, le abluzioni di dividono in maggiori o minori, che consistono rispettivamente nel lavaggio completo o di alcuni punti del corpo, a seconda della ricorrenza religiosa o del verificarsi di alcuni eventi che richiedono l'una o l'altra forma di purificazione.
Una divisione simile si ritrova nella religione ebraica: nell'osservanza dell'Antico Testamento, infatti, è previsto il lavaggio dell'intero copro (tevilah), o solo delle mani, detto netilat yadayim.
Una forma di abluzione religiosa conosciuta in tutto il mondo è quella induista. I seguaci della religione indù praticano la purificazione del corpo nei fiumi sacri come il Gange. Proprio nelle acque di quest'ultimo, ogni 12 anni, gli induisti praticano la purificazione collettiva chiamata Kumbha Mela.




